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A volte nelle nostre comunità c’è una pace ingannevole, artefatta. Spesso siamo tranquilli non perché poniamo la nostra fiducia, la nostra vita in Dio, ma perché non vediamo, al di là e al di fuori della nostra “pace”. È una pace derivata dal non disturbare e dal desiderio di non essere disturbati.

Abbiamo bisogno di un cuore di cercatori appassionati di amore”: quante volte noi religiosi abbiamo sentito – e predicato agli altri – questa o simili frasi. Non manchiamo, da buoni conoscitori del vangelo, di specificare: prima dell’amore di Dio e – insieme e come emanazione e verifica – dell’amore del prossimo. Mentre lo diciamo non possiamo – però – nasconderci una certa freddezza interiore dovuta al mestiere, alla frequentazione del sacro, all’abitudine. E per noi religiosi il prossimo più vicino e non evitabile sono i nostri confratelli.

Dobbiamo confessare di avere, spesso, nei loro confronti un cuore alquanto arido (non nelle parole, ma nella prassi) che non mostra alcuna vibrazione sincera: anche i gesti di carità (chiamiamola pure così) sono in comunità “dovuti”, fatti più per convenienza che non per slancio autentico. Dentro si resta, tutto sommato, abbastanza freddi: il dovere è compiuto, ma non c’è reale compartecipazione alla vita dell’altro e – dopo il dovere – tutto resta senza conseguenze nella vita della comunità. —Si può chiamare vera “pace”?

Si può chiamare vera “pace”?

Forse, con queste pietose sostituzioni e compensazioni, nelle comunità resta la pace: nessuno si azzarda a romperla, per non essere “rotto”, ma è una pace di superficie, di compromesso, derivata dal non disturbare e dal desiderio di non essere disturbato (come nelle camere degli alberghi), proprio il contrario di una vera pace che è il risultato di una comu- nione profonda, che non nasconde diversità, che non teme discussioni, che non elimina tensioni, ma che si ricompongono nella convergenza (non nel nascondimento) delle opinioni ottenuta nella e dalla carità. Si preferisce l’acqua stagnante – quella derivata dal silenzio, dall’acquiescenza – all’acqua corrente, dimenticando che lo stagno nasconde sempre marciume, fango, virus pericolosi e infettivi.

La pace ingannevole, artefatta ci impedisce di agitarci (e qui sarebbe invece un bene) per vedere sia all’interno che all’esterno della comunità la realtà che chiama ad agire: spesso siamo tranquilli non perché poniamo la nostra fiducia, la nostra vita in Dio, ma perché non vediamo, non vogliamo vedere, al di là e al di fuori della nostra “pace”. Non è che – come consacrati attenti ai segni dei tempi – non vediamo le necessità degli uomini e donne – nostri fratelli, secondo il Vangelo che conosciamo – ma non partecipiamo alla loro vita: le nostre parole sono – troppo spesso – di circostanza e fredde. Dopo viviamo nel tepore e sicurezza, anche economica, della comunità, per di più vista attraverso la “mia” ottica.

Eppure trovare la vera pace, frutto di un’autentica carità e condivisione, è fondamentale per la vita e la testimonianza della nostra identità di persone che hanno fatto dell’amore il perché essenziale della loro vocazione. È un ostacolo gravissimo alla stessa evangelizzazione se alle parole dette, predicate ai fedeli non corrisponde poi – e diventa facilmente percepibile alle antenne sensibilissime dei laici – la presenza interna dell’amore. È sempre demoralizzante sentire dei laici che dicono: «Prima di predicare a noi sulla carità e l’accoglienza, cercate di esercitarle tra di voi»: si riferiscono ai parroci e loro collaboratori, ai religiosi e confratelli. Sembra di udire l’evangelico “fate quello che dicono e non quello che fanno”, ma è triste citare queste parole contro i “ministri predicatori” della carità e della comunione tra gli uomini.

Pace se solo “nelle strutture”?

La frammentazione della comunità – inevitabile là dove non c’è reale amore – rende impossibile l’autentica comunione fraterna – al massimo, ed è un fenomeno diffuso, vi è la sua maschera – e inefficace ogni “predicazione” della carità. Occorre riscoprire che la fraternità non è un di più della vita consacrata, ma è una dimensione ed espressione strutturale della sua identità e verità: è indispensabile per la definizione stessa della vita consacrata (come, del resto, dell’intero cristianesimo) e la si fa vivere e progredire là dove non c’è la ricordata frammentazione.

L’auspicata trasformazione e rifondazione della vita consacrata non passa attraverso le tante programmazioni – anche se sono necessarie, ma non determinanti per questa finalità – che per lo più alla fine restano sterili e ininfluenti per la trasformazione delle persone e neppure attraverso formule e definizioni ripetute di concetti più che noti, poi non vissuti. Anche se il tutto è sempre, come d’obbligo, condito – per smerciarlo come “voluto dal cielo” – da citazioni della Bibbia o dei documenti del Magistero. Però poi non si “controlla”, nella propria vita, in primo luogo, se si vive “lo scritto”: ci si accontenta delle parole oppure talvolta ci si fa (o i responsabili fanno) un blando rimprovero se proprio non si applicano le decisioni, appagati se sono applicate quelle del buon funzionamento delle strutture.

Se queste strutture funzionano – nel senso che restano e fanno restare come sempre, come prima – allora tutto va bene; se i religiosi vivono le “strutture tradizionali” – quelle “mentali” – senza troppi “grilli per la testa”, allora tutta la vita religiosa va bene. E si vede che uno è un “buon religioso” se legge i tanti fogli che periodicamente vengono inviati: l’importante è prendere visione delle “novità” del mese e che “il progetto” – uno dei tanti, possibilmente mai per una reale conversione comunitaria alla fraternità – sia conosciuto. La verifica della sua concretizzazione può attendere; intanto è già pronto un altro progetto, migliore senz’altro del primo e più attento alle esigenze del tempo e rispondente alle attuali attese dei religiosi.

Guardando la storia di tanti istituti si può notare che i vari progetti, solennemente proclamati da talentuose, quando non sofferte, assemblee o da volonterose commissioni, si ripetono, con qualche piccola variazione di termini e non osservati mai nelle loro più profonde e vere intenzioni. Hanno avuto nella storia vita breve, lo stesso destino che avrà l’ultimo progetto e gli immancabili itinerari proposti non si iniziano neppure o ne vengono percorsi soltanto i primi metri.

I progetti “conosciuti” danno sicurezza: conoscendoli si è nella direzione giusta, si rimane nel cammino tracciato. Ma è sufficiente rimanere? Si è fedeli soltanto se si “rimane” possibilmente e passabilmente tranquilli? Si è fuori itinerario tracciato se si cerca, nelle fedeltà di fondo, di smuovere un po’ le acque là dove sono stagnanti e sono desiderate da tanti come tali per evitare qualche salutare ripensamento o precisazione? Non si può negare un fatto: siamo “bravi religiosi” se ci si accontenta del “sempre così”, del “mai contestare o eccepire”, del “fare quanto dovuto” delineato dai famosi e fumosi progetti, dell’ “osservare quanto sempre si è osservato”.

Certamente in questa strettoia non vi sarà mai “guerra”, regnerà una “pace” che tranquillizza lo stare insieme. Ma vi è la comunità? Vi sono le persone concrete?

“Ridefinire” la vita consacrata

Da più parti si sente il bisogno di ridefinire gli aspetti essenziali e irrinunciabili della vita consacrata e uno di questi è – appunto – la vita comu nitaria. Non è un’operazione facile né semplice, ma è necessaria: sono ancora troppi – pur dopo gli innegabili progressi degli ultimi decenni – gli elementi o non presi in considerazione o ritenuti secondari rispetto ad

altri ai quali si dà una priorità non meritata né risolutiva. Il punto centrale della ridefinizione è riconosciuto, anche se non sempre perseguito: il rinnovamento non può certamente essere soltanto, e in modo prioritario, a livello teorico (basta una bella rispolverata alla “Regola di vita”) né istituzionale (tracciamo confini di province, zone, competenze territoriali). Occorre invece concentrarsi sulla vita concreta e quotidiana dei singoli religiosi, che si debbono “convertire” per essere “cuori appassionati di amore” verso Dio e i confratelli, in modo da diventare segno che richiama valori alti, evangelici.

Un altro aspetto che mi sembra importante va alla radice della questione: si ha l’impressione che spesso negli istituti maschili la formazione è diretta e aperta al  sacerdozio e non alla vita religiosa, che implica come proprio la vita comunitaria, con tutte le conseguenze di fraternità, condivisione, corresponsabilità di amore. La conseguenza è che la vita consacrata non è percepita in tutta la sua importanza e specificità: non bastano infarinature sul carisma e sulla vita del fondatore a rendere i religiosi membri reali della stessa famiglia.

Credo quindi che le strade per una rinascita, rifioritura e identità della vita consacrata passino per un riesame coraggioso – là dove non è ancora stato fatto ed appare necessario – delle dinamiche interne della stessa vita consacrata e delle comunità, senza aspettarsi miracoli dalla “rifondazione” delle strutture, necessarie magari, ma non certo risolutrici e conclusive, come spesso si ama credere, vista la fiducia carismatica che loro si accorda per il futuro della vita religiosa.

“Là dove manca l’amore, Interrogativi sulla comunità”, Ennio Bianchi, Testimoni n. 20 del 30 novembre 2009, pp. 19 – 20, Edizioni Dehoniane Bologna

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