Il Natale del Signore

Natività

Il mistero grande della natività di Gesù in mezzo a noi, dunque il mistero della sua «venuta», è celebrato significativamente dalla chiesa mediante una triplice offerta di letture, rispettivamente per l’eucaristia della notte, dell’aurora e del giorno. Nella notte la “buona notizia” è presentata come nascita di Gesù da Maria a Betlemme, avvenimento rivelato dall’angelo ai pastori, quei poveri che rappresentano il «resto di Israele» (cf. Lc 2,1-14). All’aurora viene narrata la visita dei pastori alla stalla, la loro contemplazione dell’evento-parola, cioè del bambino neonato, e si ricorda che «Maria conservava e meditava tutti questi eventi nel suo cuore» (Lc 2,19).

Nella messa del giorno infine, quella su cui riflettiamo, si legge il prologo del quarto vangelo: questo testo ci rivela che quel bambino venuto al mondo in verità è la Parola stessa di Dio, è il Figlio vivente in Dio dall’eternità, come confessiamo nella nostra professione di fede: «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero»… Questo prologo è come una dossologia, una parola di sintesi e di gloria sul Natale, poiché in esso vi è un chiaro movimento finalizzato a narrarci chi è la Parola, il Logos di Dio. Cerchiamo dunque di percorrerlo insieme con spirito contemplativo e con stupore, limitandoci a parafrasarlo.

In principio, prima di tutta la creazione, nell’eternità, c’era la Parola, e questa Parola era rivolta, orientata al Dio vivente; anzi, essa era in Dio ed era Dio. Proprio attraverso questa Parola di Dio tutto è stato creato, e ciò che è venuto all’esistenza aveva vita solo in essa (cf. Col 1,15-17). Questa Parola era vita e luce per l’umanità intera: essa ha brillato di luce nella storia e le tenebre non sono riuscite a sopraffarla, nonostante il loro spessore tentasse di contrastare la luce. Un uomo inviato da Dio, Giovanni il Battezzatore, era venuto per essere testimone della luce, ossia per condurre gli uomini alla fede. Eppure questa luce, che è la Parola di Dio, il Figlio di Dio venuto tra la sua gente, non è stato accolto, e solo alcuni hanno creduto in lui, diventando nuove creature, figli di Dio. Ciò è avvenuto perché il Figlio di Dio si è fatto carne fragile, uomo come noi, è venuto ad abitare in mezzo a noi, mostrando in questo modo la sua gloria a quanti hanno aderito a lui e lo hanno seguito. Ecco dunque la verità profonda e nel contempo «scandalosa» del Natale: a Betlemme, da Maria, nasce un bambino che è la Parola stessa di Dio umanizzata, è il Figlio di Dio fattosi figlio dell’uomo…

Che cosa resta da dire? Quello che il prologo aggiunge nel suo versetto conclusivo: «Dio nessuno l’ha mai visto», e ciò era vero nei tempi antichi, lo è oggi, così come lo sarà nel futuro; solo nella morte, nell’incontro con lui «faccia a faccia» (1Cor 13,12), «occhio contro occhio» (Is 52,8), solo allora lo vedremo (cf. Es 33,20)… Ma con la venuta di Dio in mezzo a noi attraverso Gesù, vedendo l’uomo Gesù, contemplandolo nelle sue parole e nelle sue azioni, seguendolo dalla sua nascita alla sua morte in croce, noi nella fede possiamo vedere Dio, perché proprio «suo Figlio Gesù, Parola di Dio fatta carne, ce lo ha raccontato», ce lo ha narrato e spiegato.

Il cristianesimo è tutto qui: qui sta la differenza con l’Israele credente, qui sta la differenza rispetto a tutti gli altri cammini di fede o di sapienza umana. Dirà Gesù nel prosieguo del quarto vangelo: «Chi vede me vede il Padre» (Gv 14,9), cioè chi vede me uomo, carne fragile, nella mia vita umanissima può scorgere il racconto che io faccio di Dio. Ed è proprio in questo che il cristianesimo mostra la sua specificità anche rispetto agli altri monoteismi, perché la nostra fede è adesione a un Dio-uomo, Gesù Cristo, e, attraverso di lui, a Dio: «Nessuno può andare al Padre se non attraverso di me» (Gv 14,6), dirà Gesù stesso!

Il Vangelo è questa buona notizia: ormai, in Gesù, uomo e Dio sono la stessa cosa; e noi uomini in Gesù nostro fratello, uomo come noi, «uomo della nostra stessa pasta» – secondo le parole di un antico padre della chiesa – , siamo chiamati a diventare Dio.

Enzo Bianchi

I Passionisti di Puglia, Calabria e Basilicata

augurano un felice e santo Natale a tutti

Il Superiore Generale scrive alla Congregazione

Lady

Carissimi fratelli della Congregazione,
sorelle e fratelli della Famiglia passionista,

vi giungano con fraterno affetto nel Signore che contempliamo Bambino, gli auguri del Consiglio generale e miei per il Natale ormai arrivato e per il Nuovo anno 2010.

Madre Teresa di Calcutta ha detto: “Ho lasciato il mio cuore a Betlemme”. Anche noi vogliamo posare idealmente e con fede il nostro cuore nella grotta, sulla pietra all’interno della Chiesa della Natività che la tradizione dice essere il luogo dove è nato Gesù da Maria, come per rinascere con Lui nei misteri liturgici che celebriamo con tutta la Chiesa ed ecumenicamente con tutta  la cristianità, con tutti gli uomini di buona volontà e con la creazione. E per cuore intendiamo fede, amore e desiderio di un nuovo Natale per la nostra vita personale, per le comunità e per le famiglie dei laici della famiglia passionista

Rinascere nello spirito e nei comportamenti e scelte di vita è possibile, lo dice Gesù stesso a Nicodemo e a noi: “Dovete rinascere dall’alto”. (Giov. 3,7 ) Non è soltanto un invito, ma è un imperativo per chi vuole  la salvezza e per essere tra coloro che scelgono la luce: “Ora il giudizio è questo: la luce venne nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.” (Giov. 3,19)

Gesù parla di se stesso, luce venuta nel mondo, che si può accettare o rifiutare; credere in Lui è come amarlo, non credere in Lui è amare le tenebre e di conseguenza fare “opere malvagie”.

Ma la nostra opzione è chiara: noi crediamo che una splendida luce è nata a Betlemme e a tale luce noi vogliamo vivere e operare. Riconosciamo il Natale 2009 come una ulteriore opportunità che ci offre Dio per la nostra conversione e per guardare avanti con speranza e determinazione non ostinandoci su posizioni di rifiuto e di preclusioni del nuovo e questo lo dico sia per la nostra vita personale e di comunità che per la vita e le scelte della Congregazione: “Se uno non è nato dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Giov. 3,3 ). L’opportunità che ci è offerta con il Natale e il Nuovo anno che inizia, è da non perdere: quante altre ne avremo?

I pastori che erano a guardia dei loro greggi credettero, nella loro semplicità disposta positivamente al nuovo di Dio, senza sarcasmo o ironia, che “l’annunzio di una grande gioia per tutto il popolo” potesse essere rappresentato da “bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”: essi andarono, videro e tornarono glorificando e lodando Dio per quello che avevano visto e udito.

Il re Erode invierà soldati per uccidere il bambino e nella Settimana santa i Sommi Sacerdoti, i farisei, gli scribi e il potere politico lo condanneranno ed eseguiranno la sua condanna a morte sulla croce: Lui, il Bambino nato a Betlemme che aveva avuto dalla moltitudine dell’esercito celeste il canto di lode: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama.” (Lc 2,14)

La Pace invocata dal coro celeste a Betlemme è l’augurio che rivolgo anche a noi tutti e al mondo . Nel canto la Pace è unita alla Gloria di Dio come se essa stessa , la pace, fosse già lode e gloria di Dio. E lo è! Egli stesso è la pace (Mic 5,4) e i profeti lo annunciarono come principe della pace. (Is. 9,5 ss; Zac 9,9 ). Gesù stesso nel discorso della montagna inserirà la pace tra le Beatitudini: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.” (Mt. 5,9). Una pace non soltanto attesa, ma cercata con impegno e chi la diffonde e realizza è chiamato “figlio di Dio” a similitudine di Gesù, tanta è la sua importanza. La pace è di Dio, essa è Sua presenza perché Egli è la pace; al contrario la discordia, la divisione, l’odio, sono figli delle tenebre e ci allontanano da Dio.

Pace non soltanto tra noi, tra i popoli del mondo e le nazioni, ma anche con la creazione, gli animali, le piante, la vita e la natura nella sua più larga accezione di pace cosmica.

Nel rituale messaggio in occasione dell’inizio del Nuovo Anno, il Papa Benedetto XVI ha scelto come tema per la giornata della pace: Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. E prosegue: La creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio e la sua salvaguardia diventa oggi essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità.

Cari fratelli e sorelle, credo che abbiamo buoni motivi di riflessione e di rinascita a vita nuova in questo Natale e inizio di Anno Nuovo sia come operatori di pace che come difensori del creato, cosa che spesso sottovalutiamo anche se Gesù nel Vangelo fa spesso riferimento allo stesso creato con esempi di amore e tenerezza ; ricordo la chioccia e i pulcini, la volpe, il seminatore e la semente, il giglio dei campi, il lievito, il granello di senape, la vigna e la vite, la pecora smarrita e il gregge con il buon pastore e tanti altri.

Il Natale è apertura al futuro, è vita nuova, è certezza che Dio, l’Emmanuele, è con noi, è uno di noi e Sua madre ha un nome come le nostre madri, il suo nome è Maria.

Ricordo con particolare affetto i religiosi ammalati e quanti vivono situazioni difficili o di sofferenza sia spirituale che fisica: la speranza nata a Betlemme li rafforzi e incoraggi; ai giovani dico : guardate avanti con fiducia, Dio che adoriamo Bambino, è con noi

BUON NATALE E BUON ANNO 2010 a tutti, alle nostre Comunità e Famiglie, alla Congregazione, alla Famiglia passionista, a Benedetto XVI e alla Chiesa, al Mondo e al Creato intero.

PACE A TUTTI!

Pace anche a Mons. Piergiorgio Silvano Nesti, Arcivescovo passionista, da pochi giorni tornato al Padre. E con lui ricordo i defunti della Congregazione e della famiglia passionista di questo anno ormai al termine: celebrino con S. Paolo della Croce e tutti i Santi il loro primo Natale in cielo.

P. Ottaviano D’Egidio cp.

Superiore Generale

Presepe: un teatro umano e divino

Presepe Reggia di Caserta (Italy)

Le nostre tradizioni più forti sono quelle che hanno le radici più solide e talvolta pure complesse. Quando si pensa al presepe della Natività viene quasi automatico tornare alla tradizione dei grandi presepi napoletani del XVIII secolo che hanno visto un moltiplicarsi infinito di personaggi e di folklore attorno alla grotta. Forse il più teatrale di tutti è quello della reggia di Caserta, al quale contribuirono tutti i monarchi borbonici da Carlo III in avanti.

È tuttora una delle attrazioni più curiose del luogo e rappresenta tutta la vita contadina napoletana tra Sette e Ottocento, con una esaltazione particolare per le innovazioni alimentari avvenute sotto il regno di Ferdinando IV quando i dettami della fisiocrazia illuminata stavano trasformando le campagne. Vi appaiono le prime bufale allevate regolarmente e la loro naturale conseguenza di mozzarelle e provole, tutti i legumi vecchi e nuovi e un primo contadino redento che affonda una forchetta in un piatto di spaghetti con la pommarola appena scoperta.

Probabilmente la gente povera non usava affatto la forchetta. Si tratta quindi d’un auspicio didattico realizzato dalle abili mani degli artisti e delle dame di corte che s’impegnavano con sommo divertimento ad organizzare il complesso teatro plastico. Il che riporta il presepe stesso alla invenzione teatrale vera e propria di san Francesco, quando prese la gente comune di Greccio vicino a Rieti e la coinvolse in una recita che celebrava la notte di Betlemme. Correva l’anno 1223 e papa Onorio III aveva autorizzato l’evento. È sempre bene ricordare che Francesco era per metà francese meridionale occitano (donde il suo nome!) e come tale educato nella cultura fine della prima poesia cortese. Dava egli rilievo ad una tradizione già ben ancorata che trova i suoi primi esempi in alcune sculture oggi conservate nel Museo Bizantino e Cristiano di Atene, fra le quali si scorge un buon pastore di derivazione apollinea, con pecorella a tracolla, e una rappresentazione d’una greppia con bue e asinello, ma senza i personaggi della Madonna e di Giuseppe.

I testi sacri dei Vangeli appena resi canonici a Nicea (Luca 2, 7) avevano prodotto le prime rappresentazioni visive. Ed è curioso in quanto Luca era il greco per eccellenza fra gli evangelisti, non aveva conosciuto Gesù di persona perché troppo giovane; e si dice pure che fosse, oltre che medico, pittore.

È però nel mescolare questa tradizione d’oriente, greco-alessandrina come sono greche le parole fondamentali della cristianità, con Roma che nacque il presepe vero e proprio, ivi compresa la parola che deriva dal latino prae saepes, cioè il luogo dinnanzi al recinto dove si tenevano le greggi. Nella tradizione pagana romana si celebrava una festa di famiglia, sin dalla più profonda antichità, quando i bimbi lucidavano le statuette dei lares familiares, gli antenati protettori, per porle in una nicchia domestica dove venivano addobbate con decori di natura, fra i quali potevano apparire anche altri personaggi confezionati appositamente e illuminati da piccoli lumi ad olio. In quell’occasione ci si scambiavano piccoli doni.

La festa di chiamava sigillaria e avveniva circa il 20 dicembre. La genialità della prima cristianità, finalmente ammessa dall’impero, fu esattamente quella di sovrapporre alle tradizioni passate la nuova tradizione nascente. In questo senso saranno poi esemplari i dipinti del Rinascimento quattrocentesco, quando andranno a raffigurare la Sacra Famiglia sotto le rovine degli archi romani antichi. Nel frattempo le recite di Francesco avevano preso la piega fantasiosa del Medioevo finale e la Controriforma si trovò nell’obbligo di ridare alla celebrazione una forma più contenuta. Francesco Brandani prende la palla al balzo e realizza immediatamente il teatro scultoreo d’un presepe ad Urbino, semplice e povero, in stucco, dove i personaggi sono quasi in grandezza naturale.

Andrà a generare una versione per così dire «di canone» che avrà gran successo, se lo stesso cardinale Federico Borromeo – il sostenitore più convinto d’una arte nuova, il promotore del Sacro Monte di Varese e della sua statuaria – insisterà presso il pittore urbinate Federico Barocci, influenzato ovviamente dal presepe della sua città, per farsi fare una copia ambrosiana del presepe oggi conservato al Prado. Se lo mise in collezione, il cardinale, accanto alla visita dei Magi di Tiziano. La tradizione continuava ad arricchirsi.

Philippe Daverio

Primo incontro del Movimento Laicale Passionista

Il 6 dicembre 2009 presso la Casa Provincializia di Manduria (Taranto) si è riunito – per la prima volta – il Coordinamento Provinciale del Movimento Laicale Passionista della Provincia “S. Costato di Gesù”. Il Movimento formato dai responsabili e delegati delle varie comunità religiose di Puglia e Calabria, ha discusso e deliberato sull’ordine del giorno. Presentato dal Coordinatore Provinciale Graziano Massari, tale o.d.g. viene allegato nel verbale scaricabile sul blog, in formato pdf.

Scarica il verbale della riunione del MLP: download (213)

L’ispirazione religiosa nella musica di Ennio Morricone

Ennio Morricone

«Io mi alzo alle 4 del mattino per camminare e fare ginnastica, leggo i giornali e mi metto subito a scrivere musica. Non posso perdere tempo…». A 81 anni Ennio Morricone riesce a trovare melodioso anche il suono della sveglia all’alba. Quando hai scritto oltre 400 colonne sonore e venduto più di 50 milioni di dischi potresti almeno aspettare le luci del giorno prima di tuffarti sul pentagramma. E invece proprio non ce la fa a resistere al piacere di cimentarsi con le note. «In questo periodo ho una serie di concerti – spiega – ma spero proprio di esserci alla Giornata degli artisti con Benedetto XVI: sono stato molto contento di essere stato invitato. Anche l’incontro con Giovanni Paolo II, durante il Giubileo degli artisti, fu molto emozionante».

C’è anche un’ispirazione religiosa dietro le sue composizioni?

«Sono credente. Però l’ispirazione religiosa nasce da fatti concreti. Quando trovo un testo che mi piace e sento che possa venir fuori qualcosa mi butto senza esitazioni. L’anno scorso ho composto una cantata, “Vuoto d’anima” piena su passi poetici di san Giovanni della Croce, santa Teresa d’Avila e altri mistici musulmani e indiani. Adesso ne ho scritto un’altra, Gerusalemme, che riprende alcuni passi della Bibbia, del Vangelo e del Corano in cui le fonti delle tre religioni monoteiste parlano di pace. Sarebbe bello musicare anche la Divina Commedia, ma ci vuole tempo… Sono aperto ai testi dei generi più diversi, ma mai testi blasfemi».

Che importanza ha per lei la musica sacra?

«La storia della musica è partita dalle esperienze liturgiche, l’opera è partita dalla Messa come sacra rappresentazione. Pensiamo a grandi compositori, come i maestri di cappella o Girolamo Frescobaldi. Tutto è venuto dalla musica sacra e dal canto gregoriano. Ma la Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, sta perdendo la grande tradizione del gregoriano. Sta succedendo quello che si verificava prima del Concilio di Trento, quando si mischiavano elementi profani alle melodie sacre. E Benedetto XVI fa bene a richiamare una certa attenzione. Oggi nelle chiese assistiamo a un guazzabuglio per cui con le chitarre si suonano pezzi western su testi come l’Ave Maria…».

Lei ha firmato colonne sonore memorabili. Ce n’è una a cui si sente particolarmente legato?

«Sono affezionato a tutte le mie composizioni, non ricordo nemmeno quante ne ho scritte. Sono legato soprattutto a quelle che mi hanno fatto soffrire. O quelle di film belli che sono andati malissimo, come Un tranquillo posto di campagna o Un uomo a metà… Ma certo la colonna sonora di Mission è un lavoro miracoloso, mi è uscito dalla penna quasi senza volerlo. In quel film sui missionari gesuiti del XVIII secolo in Sudamerica sono riuscito a fondere tre temi tra loro diversi, come la musica strumentale del Rinascimento, le melodie del periodo della Riforma del Concilio di Trento e le musiche dei nativi americani. Ho lavorato dure ma alla fine è venuto fuori un miracolo tecnico, quasi non dipendente da me».

Qual è per lei l’originalità di un’arte come la musica?

«La musica è un’arte astratta che vive della combinazione di suoni che non si sentono nella vita comune. La musica si scrive sulla carta e rimane lì muta: c’è bisogno dell’esecutore, degli strumenti, del pubblico. Alla pittura non occorrono questi passaggi: bastano tre secondi per vedere un quadro ed esserne fulminato… E così altre arti. La musica ha bisogno del tempo: non possiamo ascoltare un’opera che dura un’ora solo per 5 minuti. Così un film. Per questo cinema e musica si sposano bene per l’importanza che danno alla temporalità. Io ascolto volentieri la musica classica, in particolare La Sinfonia di Salmi di Stravinskij, ma anche il rock e i generi moderni, purché fatti bene. Mi mandano due o tre dischi al giorno, quando riesco ad ascoltarli e a mio giudizio meritano, faccio loro anche una telefonata per congratularmi».

Qual è il segreto della sua prolificità?

«Mi diverto senz’altro, altrimenti sarebbe una noia terribile. Ci vuole grande passione. L’ispirazione viene lavorando duramente. Come dice un detto francese, l’ispirazione conta l’1%, ma al 99% conta la traspirazione, il sudore, la fatica. Ho avuto tante soddisfazioni, tanti premi, dall’Oscar al Leone d’Oro di Venezia. Ma non mi fermo. Ora sto lavorando al Diario di Anna Frank per un film Tv di Alberto Negrin che all’estero uscirà anche nei cinema. Sono un grande appassionato degli scacchi, ma la vita non è una partita a scacchi. Perché un bravo giocatore può fare una grande partita e perderla ugualmente. E io non ci tengo a perdere la vita… Ho 81 anni ma ne dimostro molti di meno. Anche il mio medico si meraviglia. Mi tengo in forma fisicamente e vado avanti. La vita è un lavoro continuo».

[Fonte: Avvenire]