Carissimi, siamo vicini alla festa del Natale. Un tempo particolarmente propizio per lo scambio reciproco di auguri, ma anche per esprimere rifl essioni che, in linea con il messaggio natalizio e sulla base dell’attuale contesto sociale e religioso, acquistano quest’anno per noi un significato forse diverso e sicuramente impegnativo.

Riflettendo sulla nascita di Gesù, rimaniamo fortemente sconcertati dalla sua povertà, da uno stile di vita da Lui scelto sin dall’inizio, fin dal giorno della sua venuta tra noi: nacque in una stalla e la sua culla fu una mangiatoia.

La nascita del Signore che è sempre messaggio di gioia e speranza, si trasforma in provocazione e sfida per noi cristiani e consacrati, in un momento storico quanto mai critico, per l’incertezza e il malessere che la nostra società è chiamata ad affrontare e gestire.

Come viviamo questa crisi economica e sociale nelle nostre comunità? Quanto essa influisce sullo stile di vita personale? Spesso sentiamo ripetere che tocca a noi consacrati cogliere l’importanza di questo momento storico, per riscoprire la saggezza della nostra Regola di Vita e recuperare il senso della gratuità, della sobrietà, del risparmio, dell’essenzialità delle cose, della povertà evangelica.

L’educazione alla povertà rimane anche nei nostri ambienti religiosi un impegno difficile. Essa pretende un tirocinio complesso. Poveri si diventa come si diventa preti. Alla povertà ci si educa e ci si allena e si apprende giorno dopo giorno, senza mai essere gretti e avari, ma buoni amministratori dei talenti e dei mezzi materiali concessi dalla Provvidenza, abituandoci ad affrontare con serenità e gioia gli inconvenienti quotidiani, le scomodità, il freddo, il caldo, la mancanza di qualcosa che fino a ieri ci sembrava indispensabile.

La nostra scelta di vita richiede di essere sobri e misurati con se stessi per poter essere caritatevoli e generosi con gli altri; evitando pretese inessenziali, spese superflue per lusso, per capriccio, per vanità, per comodità. Con l’impegno apostolico e il lavoro professionale, svolto con senso di responsabilità, possiamo sostenere le nostre comunità e potremo aiutare gli altri.

C’è una dimensione della povertà che è rinuncia. Rinuncia alla ricchezza, ai soldi, ai beni della terra, alle richieste di comodità quotidiana, al guardaroba, alle suppellettili inutili, per essere più liberi e disponibili al servizio dei poveri e degli ultimi. Dobbiamo ritornare ad essere esigenti con noi stessi, per non inventarci falsi problemi, bisogni artificiosi, frutto spesso della comodità e della pigrizia. Oggi la vera fonte di ricchezza è il risparmio quotidiano.

C’è poi una povertà che è condivisione della propria ricchezza e della propria vita. Condivisione dei beni, ma anche della povertà e della sofferenza altrui. Essa diviene profezia, protesta, progetto di vita. Il vero distacco dalla ricchezza induce a essere generosi con Dio e con i nostri fratelli; a darsi da fare, a cercare risorse, a spendersi per aiutare chi ha bisogno. E’ importante saper riconoscere la povertà che c’è dietro l’angolo. Figure di poveri ne incontriamo tutti i giorni, ma essi rimangono spesso per noi ombre e figure senza volto. Essi avranno un nome quando riusciremo a vedere in loro un nostro fratello che soffre per l’indigenza economica ma soprattutto per una carestia di affetto fraterno e vicinanza umana.

La povertà religiosa ci richiama, infatti, prima di ogni altra cosa, alla responsabilità nel lavoro, interrogandoci sul valore che esso assume nella nostra vita quotidiana, pur nella salvaguardia dell’autentico spirito religioso e della testimonianza evangelica. Il lavoro come impegno personale e quotidiano è essenziale in una vita di reciproco servizio fraterno. Una fraternità che vive e testimonia la vita povera deve qualificarsi al suo interno come fraternità di lavoro e di servizio.

C’è anche una povertà che è denuncia dello spreco, del consumismo, della iniqua distribuzione delle ricchezze, del profitto come scalino più alto nella categoria di valori.

E c’è infine una povertà che è testimonianza di vita, annuncio che il Signore è la nostra ricchezza più grande. A noi discepoli di oggi, il Signore nato in Betlemme, ricorda di essere poveri effettivamente e in spirito, avendo il nostro tesoro in cielo; obbedendo alla comune legge del lavoro, per procurarci i mezzi necessari al nostro sostentamento e alla gestione degli ambienti, senza eccessiva preoccupazione, e di credere invece nella Provvidenza del Padre celeste (Perfectae caritatis, n. 13).

L’augurio natalizio diventa per tutti noi, messaggio di fiducia in un futuro più sereno e di impegno personale e comunitario per costruire una vita dignitosa e meno schiava delle cose e dei soldi, ridando senso alla nostra vocazione che ci vuole poveri, distaccati dai beni della terra, ma generosi nell’attenzione agli altri e nella disponibilità al servizio.

Auguri di vero cuore.

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